La vita ha bisogno di punteggiatura

stile fotografia atmosferica e intima scattata a luce natura

Oggi è una di quelle giornate in cui, anche io, mi sento in raccogliendo, forse leggermente in chiusura e in protezione. Forse, per poter concedere a me stesso il tempo e lo spazio per integrare alcune informazioni. Accolgo con dolcezza e comprensione questi momenti e, così facendo, so che qualcosa di buono sboccia.

Ebbene, oggi condividerò questa piccola comprensione.

La giornata si trascina senza che un raggio di sole venga a scaldare un sorriso sul volto; fuori il cielo è soffocato da densi nuvoloni grigi, mentre internamente pervercepisco un po’ di svogliatezza e fatica nel trovare quel sole dentro. L’ora di pranzo lentamente si avvicina: l’idea di preparare qualcosa di buono e colorato con le mie mani fa ridestare in me un lieve tepore, come se non stessi solo preparando del cibo, ma stessi aprendo a un momento di intimità e cura per me. Un rituale!

La cucina si trasforma presto in una fucina creativa; l’acqua bolle, le verdure sono sminuzzate, il profumo delle spezie avvolge i vapori che si sollevano. Ritorna il sorriso. Il pranzo è pronto.

Mi chiedo: “Dopo tanto impegno, perché non svagarmi accendendo per un attimo il telefono?”

Per carità, troppo rumore! Spengo la musica e allontano il telefono. Mi siedo, sospiro per lasciar andare quell’energia e poi, inspirando, mi riporto nella sacralità di quell’esperienza vissuta come un rito.

Il potere di posare la forchetta

Prima di dare un grande morso, mi prendo un attimo per ringraziare. Il primo boccone scende riscaldandomi, ma mi accorgo che, ancora prima di aver deglutito, la forchetta era già piena del prossimo boccone.

Decido allora di posarla, finire di masticare, deglutire e solo allora procedere a riempire nuovamente la bocca.

Chiudo gli occhi, ritorno in presenza e, nel mio palato, succede qualcosa. Le papille gustative si accendono, la mia attenzione viene rapita: mentre i denti masticano, sento la consistenza del cibo; il movimento all’interno della bocca genera piacere e riporta a galla delle memorie; la saliva avvolge ed estrae il nutrimento, il gusto si acuisce. Riesco a percepire un ventaglio di sapori e sensazioni inimmaginate che, fuse insieme, generano un’esperienza quasi sinestesica, estatica.

Nel frattempo sento il cibo scendere ed essere accolto nello stomaco. Quella gratitudine e quella presenza nutrite in ogni istante prima di quel momento sono ora dentro di me, mentre una sensazione di benessere, calore e appagamento si distribuisce dal centro verso le periferie, come una festa nel mio corpo.

Terminato il pasto, il rito, dello Stefano ingrigito che si era svegliato la mattina non ce n’era traccia. Ripensandoci, fu il gesto più semplice di quel pranzo a trasformare radicalmente l’esperienza, permettendomi di accedere a qualcosa che altrimenti mi sarei perso:

  • Posare la forchetta.

  • Aspettare.

  • Masticare.

  • Deglutire.

  • E soltanto allora raccogliere un nuovo boccone.

Perché avevo così tanta fretta di ricevere qualcosa di nuovo se non avevo ancora finito di assimilare ciò che avevo già in bocca?

La sacralità della soglia: che cos’è un rito

Riflettendoci, quando ai ritiri di yoga mi premuravo di curare l’aspetto della Puja (riti di adorazione), appresi che c’era un ordine ben preciso da seguire: ogni azione andava compiuta con totale presenza e devozione, e per questo motivo non era pensabile fare più cose nello stesso momento; sarebbe stato uno sgarbo capace di inficiare la qualità del rito. Ogni gesto portava con sé un simbolismo ben preciso a cui era concesso un limitato lasso di tempo per essere vissuto, attraversato, integrato e chiuso, prima di passare al seguente.

Forse il senso del rito è proprio quello di dare un confine al tempo. Un rito dice: ora comincia. E poi: ora è terminato.

  • Accendere una candela prima di meditare.

  • Apparecchiare.

  • Ringraziare prima del pasto.

  • Togliersi le scarpe entrando in casa.

  • Lavarsi alla fine della giornata.

  • Chiudere un libro.

  • Salutare.

Sono gesti che apparentemente non producono niente. Eppure, segnano una soglia. Dicono alla mente e al corpo: prima eri lì. Adesso sei qui. E quando il rito termina: questo è accaduto. Puoi lasciarlo depositare. Puoi mettere un punto.

La punteggiatura della vita

Mettere un punto. Ci svegliamo, prendiamo il telefono, pensiamo al lavoro, facciamo colazione mentre leggiamo qualcosa, rispondiamo a un messaggio, usciamo, arriviamo al lavoro pensando già a quello che dovremo fare dopo, torniamo a casa, mangiamo guardando uno schermo mentre una parte di noi continua una conversazione iniziata otto ore prima…

Fermati. Respira.

Quanto siamo abituati a mettere un punto?

Nella musica e nella letteratura, la punteggiatura assolve a un compito preciso e fondamentale: suggerisce il ritmo, l’andamento, il fluire; indica come note e parole possano raggiungere chi ascolta o legge, dando forma all’esperienza. La punteggiatura non toglie nulla al testo: gli permette di essere compreso. Quelle pause, quei silenzi donano ricchezza e volume, creando tensione e slancio tra velocità e quiete, intensità e introspezione.

Senza di esse, tutto scorrerebbe con lo stesso ritmo. Si trascinerebbe senza soste o stacchi, senza slanci o rinnovamento. Per questo, forse, anche la Vita ha bisogno di punteggiatura.

Ed è qui che una domanda irrompe a gamba tesa scavalcando ogni altro concetto: se la Natura ha i suoi punti e le sue virgole che scandiscono il tempo, se scrittori e musicisti hanno imparato a utilizzare pause, segni e regole condivise per dare forma a un linguaggio comprensibile a tutti… e tu? Se la tua vita fosse un testo, quanta della sua punteggiatura sarebbe stata scelta da te?

Per anni abbiamo imparato a vivere secondo ritmi, regole e aspettative che altri avevano stabilito per noi. Alcuni ci hanno nutriti, altri ci hanno protetti, altri ancora hanno lentamente consumato il nostro tempo. Ma ora, ora che sai cosa ti nutre e cosa ti consuma, le sceglieresti ancora? E soprattutto, avresti il coraggio di mettere un punto anche quando il mondo intorno a te continua a chiederti di andare avanti?

Il rimuginio e la loggia della Terra nella Medicina Cinese

A volte ci sono esperienze alle quali non mettiamo mai il punto:

  • Una frase ricevuta tre giorni fa continua dentro di noi.

  • Una discussione finita esternamente prosegue mentalmente.

  • Un sì detto una volta al capo per degli straordinari che diventa una routine.

  • Un errore viene rimasticato.

  • Una relazione terminata continua a occupare la stanza.

La mente mastica. Mastica. Mastica. Ma non deglutisce mai.

Tutto ciò diventa tremendamente reale quando si applicano i filtri della Medicina Tradizionale Cinese. Secondo questa visione, il rimuginio — il pensiero che continua a girare su sé stesso — è tradizionalmente associato alla Milza e alla loggia energetica della Terra.

Ancora una volta la Natura ci fa da specchio e, con la semplicità di una grande maestra, ci mostra come tutte le stagioni hanno bisogno di terminare per permettere a quella successiva di nascere. Estate e inverno non possono coesistere: c’è bisogno di un punto e di attraversare una soglia con un rito che spesso coincideva con equinozi e solstizi, per il bene e l’armonia del Tutto.

Non è un caso che, all’interno di alcune scuole di pensiero della Medicina Tradizionale Cinese, la Terra, a differenza degli altri elementi, non abbia una stagione predominante ma si inserisca fra la chiusura e l’apertura di ogni ciclo.

Il rimuginio è un processo nel quale rimaniamo intrappolati, impantanati dentro la nostra mente, fra le sbarre costruite dal nostro giudice interiore:

  • Non sei stato abbastanza…

  • Potevi fare così…

  • Perché non le hai risposto cosà?…

  • Ripassiamo come intervenire la prossima volta… e via dicendo.

Schiacciati dal peso dei pensieri che si affollano dentro di noi, dai giudizi e dalla pretesa di capire e controllare tutto, potremmo improvvisamente accorgerci che non stiamo respirando da un bel pezzo. Il corpo è in standby, come se trovare una risposta fosse ormai diventato una questione primaria. Come il sugo di pomodoro che, lasciato troppo a lungo sul fuoco, comincia a bollire, borbottare e addensarsi, così anche la nostra vitalità può essere lentamente dissipata da questo processo.

Abitare il Mistero e l’incertezza

Agire sembra inibito dalle mille fantasiose preoccupazioni elaborate dalla mente. Ma se trovassimo il coraggio di concederci il permesso di mettere un punto anche senza aver incastrato tutte le tessere del nostro puzzle?

Potremmo scoprire la leggerezza di spogliarci della pretesa e del peso di dover avere sempre una risposta a tutto. Potremmo imparare ad abitare il Mistero e l’incertezza, procedendo con maggiore sollievo e fiducia nella nostra capacità di elaborare e rispondere a ciò che il presente ci propone, senza preoccuparci di occuparci prima di qualcosa che non è ancora accaduto.

Così la Terra ci invita a rimanere in una posizione centrale, in equilibrio fra l’essere un terreno secco e arido (nel quale nulla attecchisce e germoglia) e un terreno paludoso e saturo d’acqua (che trattiene tutto fino a soffocare la vita).

Forse la Terra fertile non è quella che viene bagnata ogni giorno, ma quella alla quale viene concesso il tempo necessario perché ciò che abbiamo seminato produca un reale effetto e un cambiamento.

La Terra scandisce il ritmo attraverso punti e pause, raccolti e riposo dei campi.

Essere fertili, forse, significa allora dedicare il giusto tempo e la giusta presenza alla preparazione del suolo che accoglierà l’esperienza; viverla pienamente, con tutti i sensi; assimilarla e, infine, salutarla.

Mettere un punto.

Forse questo era uno dei segreti custoditi dalla saggezza delle antiche tradizioni: mangiare un boccone alla volta.

“La mente continua a masticare pensieri senza darti tregua? Se senti il bisogno di ritrovare il tuo centro, rallentare i ritmi e imparare ad abitare la loggia della Terra attraverso l’ascolto del corpo, i percorsi di Medicina Cinese e Bioenergetica possono aiutarti a rimettere ordine. Contattami per una consulenza conoscitiva.”

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